Ho provao a scrivere un romanzo una volta, non sono andato oltre la prima pagina. Troppe decisioni. Prendiamo ad esempio un romanzo giallo, dove trovi il corpo? Perché tutte queste storie iniziano con un corpo, giusto. Lo trovi sul bagnasciuga di una spiaggia durante un tramonto di un colore rosso sangue oppure di notte con le luci accecanti della città e che dire sulla vittima. Un ricco imprenditore con un abito di pelle umana che forse ha avuto la sfortuna di imbattersi in gente sbagliata al momento sbagliato. Ma sapete qual è il vero motivo per cui non ho mai scritto una di questa storia perché sono diventato un poliziotto e ho scoperto che le immagini che avevo nella mia testa non erano quella della vita reale.
Prendete il caso che mi è capitato proprio stamattina. Il corpo non è stato trovato sul bagnasciuga.
Sono finito in un bagno di una stazione ferroviaria e la vittima non è un imprenditore. È una giovane donna con una corda intorno al collo. A farle compagnia solo poche righe scritte su un biglietto lasciato sul lavandino. Solo delle scuse rivolte ai genitori. Niente motivo, niente accuse. Solo scuse piene di dolore.
Penso che quando si prende una decisione così estrema, in realtà è perché si cerca una specie di chiusura con il mondo, qualcosa che attenui il dolore perché non vuoi che il dolore ti accompagni ad ogni tuo passo. E anche se un giorno ti svegliassi e non provassi più quel dolore non lo accetteresti. In qualsiasi modo la metti non hai scampo e l’unica soluzione che intravedi all’orizzonte è la fine del giorno. Fine del mondo. Fine della storia.
Osservando quel corpo sono rimasto colpito dalla cianosi e dal pallore del volto e non ho potuto fare a meno di domandarmi, e se fosse tornata a casa? Se proprio doveva succedere perché non a casa sua? Se non altro sarebbe stato un luogo meno desolato e misero di questo bagno.
Traffico, caos, turisti, treni. Nessuno si ferma, nessuno sa quale dramma si è consumato all’interno di questo bagno. Qui tutto è iniziato e tutto è finito.
Mi appoggio al muro, sento che le gambe mi cominciano a cedere, mi piego in avanti e incrocio le braccia, l’adrenalina che ho in corpo mi permette di soffrire meno il freddo. Mi avvicino alla finestra e osservo il Sole che continua ad alzarsi sull’orizzonte. É evidente che la ragazza stasera non vedrà le sue pennellate violacee nel cielo.
Io rimango con lei mentre i colleghi vanno e vengono. So di non poter far nulla, ma non mi sembra giusto lasciarla sola.
Vorrei averla incontrata durante il mio servizio di pattuglia, forse avrei capito, forse avrei potuto aiutarla, forse avrei potuto ascoltarla.
I genitori della ragazza, avvisati da qualche collega, arrivano in stazione. Pretendono di vedere la propria figlia, ma non possono. Prima di tutto i rilievi della scientifica. Poi è il turno del medico legale. Eh già! Si deve escludere l’omicidio e solo alla fine, se viene confermato il suicidio, intervengono gli uomini della mortuaria per tirare giù il corpo e adagiarlo sulla barella, pronto per essere messo a disposizione dei familiari. E in tutto questo tempo, che sembra un’eternità, i genitori della giovane donna, ormai stanchi delle urla, della disperazione si ritrovano a lasciare spazio solo al silenzio salato delle lacrime
In questi casi mi domando come possiamo amare coì profondamente le persone e poi un giorno semplicemente non vederle più. Rimangono solo i ricordi che non sono altro che momenti effimeri, tuttavia reali come il presente.
Alla fine, permettono ai genitori di entrare per vedere la figlia. Con gli occhi gonfi dal dolore e ormai privi di lacrime si chinano su quel corpo disteso sulla barella.
Perché? L’unica domanda che si diffonde laconica tra le pareti del bagno.
Mentre la barella viene portata fuori da quel maledetto bagno, con la ragazza coperta da un lenzuolo bianco, la madre mi passa accanto. Con gli occhi cerca da me qualche parola di conforto, nonostante il mio evidente imbarazzo. Forse perché io e la figlia abbiamo pressappoco la stessa età.
“Contro una perdita non si può lottare, non sarà facile accettare la sua scomparsa, ma chi abbiamo amato non ci lascia mai definitivamente. E anche se il ricordo del suo viso con il tempo diventerà sempre più labile, vi accompagnerà il ricordo di un grade amore, quello non lo dimenticherete mai.” Vorrei potervi dire che ho pronunciato tutte quelle parole, ma non l’ho fatto.
Tutto finito.
Dalla finestra di casa mia osservo quelle famose pennellate violacee. Decido di andare in bagno a lavarmi i denti e il viso. Dovendo alzarmi presto voglio riposare qualche ora in più, sommato al fatto che quanto accaduto mi ha distrutto.
Spengo le luci e mi corico sul letto. È morbido, spazioso e soprattutto comodo. Le lenzuola profumano lievemente di lavanda, riportandomi indietro a quando ero bambino. Questo detersivo lo usava sempre mia madre quando abitavo con lei. Cullandomi in questi pensieri, a poco a poco le palpebre si fanno pensati e piombo in un sonno profondo. Per cercare di dimenticare? Sicuramente sì.