C’era una volta una ragazza dalle labbra chiuse. Non sembra una cosa così insolita, vero? Ma non riusciva proprio ad aprirle. Il mattino scendeva dal letto e andava in bagno per lavarsi il viso e gli occhi con le labbra chiuse. Sistemava la sua stanza e le labbra chiuse. Guardava fuori dalla finestra la tristezza alzarsi in volo e indovinate un po’? Labbra chiuse.
Per farla breve i giorni passavano e le labbra rimanevano costantemente così strette da far sbiadire anche le parole. Sapete cosa accade quando insieme alle parole inizia a scolorire anche il saper pronunciare il proprio nome? Il mondo continua a girare ma la mente rimane ferma, paralizzata nella paranoia.
La ragazza si era allontanata da tutto e da tutti, probabilmente ad un certo punto il suo cuore aveva cambiato direzione. Disillusa dai suoi sogni si chiedeva “se l’amore è eterno perché ‘per sempre’ sembra un addio?”
La sua casa si trovava lontano dalle strade tortuose dalla città e dai loro nomi di pietra. Nel cortile c’era un pozzo, chiuso da un coperchio di legno al quale era fissato un campanellino, in modo che chiunque avesse tentato di sollevarlo lo avrebbe fatto suonare. “Din din din”, una sorta di allarme. La ragazza esigeva che il pozzo rimanesse chiuso perché era pieno di cose che non voleva più far salire.
Una notte il campanellino suonò obbligando la ragazza ad uscire di casa per andare verso il pozzo, ma vide il coperchio di legno sempre al suo posto. “Forse lo ha agitato il vento” pensò. In ogni modo decise di avvicinarsi e nell’esatto istante in cui posò l’orecchio sul coperchio, dal fondo salì una voce “non è che mi hai dimenticata per caso?”
Di scatto la ragazza allontanò l’orecchio. “Diavolo!” esclamò nella sua mente. “Quale delle cose che ho buttato giù avrà parlato?” Si chiese nella mente. Labbra chiuse ricordate.
Desiderava tornare in casa senza dar peso a quella voce. Ma aveva trascorso così tanto tempo in silenzio, con un nome che stava svanendo, che alla fine afferrò il coperchio con entrambe le mani e lo sollevò, con prudenza si sporse e dal fondo buio del pozzo la voce la salutò. “Ciao, ne è passato di tempo, come stai? Ah! Dimenticavo, le tue labbra sono rimaste così disperatamente chiuse che hai dimenticato come articolare anche un semplice saluto. Comunque, volevo solo dirti che se mandi giù la corda con il secchio potrei salire per aiutarti a trovare la cura migliore per superare le tue tempeste. Sai, non è mai troppo tardi.”
La ragazza non aveva nessuna intenzione di rimanere lì ad ascoltare quella voce né tanto meno gettare il secchio nel pozzo. Quasi senza accorgersene stava per rimettere al suo posto il coperchio di legno, ma la voce si azzardò a chiederle “non credi che sia arrivato il momento di ricominciare ad aprirti a tutte le meravigliose possibilità della vita?” Poi affermò “so che ogni giorno utilizzi il passato come arma per raggiungere il paradiso, ma il paradiso ha già le sue stelle e credimi, per il momento non gli occorre la tua. Per favore fammi salire.”
La ragazza persuasa dalla voce legò il secchio alla corda e lo gettò in fondo al pozzo, quando lo tirò su all’interno non c’era acqua, non c’era fango, ma non era neanche vuoto. Una splendida rosa rossa faceva capolino dal bordo del secchio.
“Mi hai lasciata qui ad aspettare, sono rimasta al freddo così che tu potessi dormire nella luce calda, ma so che per tutto questo tempo sono stata nei tuoi pensieri perché ogni mio petalo è una sillaba che non hai mai detto. Se ne dubiti allunga la mano e cogline uno.
La ragazza si ritrovò un petalo stretto tra le mani e le sue labbra prodigiosamente si aprirono, “Ri” una sillaba risuono nell’aria.
La rosa rossa invitò la ragazza a staccare un altro petalo. “di” un’altra sillaba uscì insieme al vapore acqueo condensato dovuto all’aria fredda della notte.
La ragazza spiazzata da quei suoni ritrovati, si allontanò d’istinto dalla rosa rossa, in quelle poche sillabe le sembrava che ci fosse qualcosa di sbagliato. In fondo per molto tempo il silenzio era stato l’unico a risponderle.
Una leggera brezza iniziò a sfiorare la rosa rossa “senti freddo anche tu?” Le chiese.
In realtà ora che ci pensava era uscita di casa a piedi nudi, con il solo pigiama a proteggerla dal freddo della notte.
“Perché non proseguiamo questo nostro gioco in casa, al caldo?” Quest’ultima frase dava l’impressione di essere più una richiesta che una domanda.
La ragazza abbassò gli occhi per sentirsi più sicura e rientrò in casa con la rosa rossa tra le dita.
Versò dell’acqua fresca in un piccolo vaso e vi sistemò la rosa rossa, attenta a non farle male. Aveva sentito dire che un cucchiaino di zucchero nell’acqua poteva rinvigorire i fiori quindi ne prese un po’ dal vasetto dentro la credenza e lo versò nel vaso. La rosa rossa, grata per quella gentilezza guardò in alto con il proposito di offrirle un altro petalo. Sapeva che la ragazza non lo avrebbe colto se non spinta a farlo.
Occhi bassi, la mano protesa in avanti. Un altro petalo cadde sul palmo della ragazza, “con”, la sillaba si diffuse nella stanza.
“E brava la mia ragazza!” esclamò la rosa rossa. “Vedi! Basta volerlo e pian piano dimenticherai di essere come la notte che sopravvive al tempo.”
Gli occhi della ragazza cercavano di restare evasivi, ma le si leggeva in faccia che stava realizzando che non era quella la vita che voleva e che erano stati i sentimenti i primi a pagare per il suo silenzio. Ora avrebbe voluto fare discorsi sulle rughe, sull’età e dire molte altre cose.
Con le mani sempre più ansiose prese un altro petalo e ancora una volta una nuova sillaba risuonò ,“il”.
La ragazza desiderosa di far uscire l’ombra dai suoi occhi iniziò ad assaporare la speranza.
La rosa rossa dal canto suo sembrava sollevata, sentiva aumentare il desiderio in lei e la esortò a cogliere un altro petalo.
Persa, con gli occhi lucidi la ragazza ne colse un altro e sentì la sua voce echeggiare “mon”
“Non sarai mica stanca. Dai! Ancora una.” La rosa rossa la incitò.
La ragazza non se lo fece ripetere e ancora una volta nel palmo della mano stringeva un petalo, “do”. L’ultima sillaba.
La rosa rossa a quel punto rimase senza petali, in fin dei conti era risalita dal pozzo con lo scopo di regalare quelle sillabe alla ragazza dalle labbra chiuse.
Ora stava solo a lei unirle per accendere nuovamente la fiamma che arde per far passare il freddo e dare voce al suo nuovo presente.