Dalle parti del mio cuore

La mattina mi sveglio desiderandoti  

la notte mi addormento desiderandoti 

nel mezzo il maremoto. 

Mi ricordo che ci siamo presi a calci  

per poi sorprenderci a far l’amore 

parlando la stessa lingua. 

In quelle sere fumavamo guardando il soffitto  

e pensavo a cosa sarebbe successo se non ti avessi mai incontrata.  

Quel prezioso istante ancora segna ogni mio passo 

fino a quando non cado vicino a un sasso.  

Vorrei godermi la notte tra queste quattro mura 

anche se manca il sonno 

per la paura di sprecare il terzo tempo. 

E mi porto tutto dentro cercando di non perder la calma 

anche se dalla finestra vedo passare la luce dell’alba 

desiderando che diventi tramonto. 

Non è facile abbandonarmi alla notte con accanto nessuno  

anche se solo non voglio stare 

per questo scrivo attento a non inciampare nei ricordi. 

Cala il buio 

e anche se non lo faccio da un po’ 

cerco le stelle 

per disegnare il tuo nome con un dito.   

Poi provo ad urlare

usando il sorriso per travestire cosa mi manca

Ma alla fine sai che c’è?  

Ho capito cosa rimane dalle parti del mio cuore

e se ancora mi va di stare bene è perché dentro ci sei tu.  

Petali di rosa

C’era una volta una ragazza dalle labbra chiuse. Non sembra una cosa così insolita, vero? Ma non riusciva proprio ad aprirle. Il mattino scendeva dal letto e andava in bagno per lavarsi il viso e gli occhi con le labbra chiuse. Sistemava la sua stanza e le labbra chiuse. Guardava fuori dalla finestra la tristezza alzarsi in volo e indovinate un po’? Labbra chiuse. 

Per farla breve i giorni passavano e le labbra rimanevano costantemente così strette da far sbiadire anche le parole. Sapete cosa accade quando insieme alle parole inizia a scolorire anche il saper pronunciare il proprio nome? Il mondo continua a girare ma la mente rimane ferma, paralizzata nella paranoia. 

La ragazza si era allontanata da tutto e da tutti, probabilmente ad un certo punto il suo cuore aveva cambiato direzione. Disillusa dai suoi sogni si chiedeva “se l’amore è eterno perché ‘per sempre’ sembra un addio?” 

La sua casa si trovava lontano dalle strade tortuose dalla città e dai loro nomi di pietra. Nel cortile c’era un pozzo, chiuso da un coperchio di legno al quale era fissato un campanellino, in modo che chiunque avesse tentato di sollevarlo lo avrebbe fatto suonare. “Din din din”, una sorta di allarme. La ragazza esigeva che il pozzo rimanesse chiuso perché era pieno di cose che non voleva più far salire. 

Una notte il campanellino suonò obbligando la ragazza ad uscire di casa per andare verso il pozzo, ma vide il coperchio di legno sempre al suo posto. “Forse lo ha agitato il vento” pensò. In ogni modo decise di avvicinarsi e nell’esatto istante in cui posò l’orecchio sul coperchio, dal fondo salì una voce “non è che mi hai dimenticata per caso?” 

Di scatto la ragazza allontanò l’orecchio. “Diavolo!” esclamò nella sua mente. “Quale delle cose che ho buttato giù avrà parlato?” Si chiese nella mente. Labbra chiuse ricordate. 

Desiderava tornare in casa senza dar peso a quella voce. Ma aveva trascorso così tanto tempo in silenzio, con un nome che stava svanendo, che alla fine afferrò il coperchio con entrambe le mani e lo sollevò, con prudenza si sporse e dal fondo buio del pozzo la voce la salutò. “Ciao, ne è passato di tempo, come stai? Ah! Dimenticavo, le tue labbra sono rimaste così disperatamente chiuse che hai dimenticato come articolare anche un semplice saluto. Comunque, volevo solo dirti che se mandi giù la corda con il secchio potrei salire per aiutarti a trovare la cura migliore per superare le tue tempeste. Sai, non è mai troppo tardi.”   

La ragazza non aveva nessuna intenzione di rimanere lì ad ascoltare quella voce né tanto meno gettare il secchio nel pozzo. Quasi senza accorgersene stava per rimettere al suo posto il coperchio di legno, ma la voce si azzardò a chiederle “non credi che sia arrivato il momento di ricominciare ad aprirti a tutte le meravigliose possibilità della vita?” Poi affermò “so che ogni giorno utilizzi il passato come arma per raggiungere il paradiso, ma il paradiso ha già le sue stelle e credimi, per il momento non gli occorre la tua. Per favore fammi salire.” 

La ragazza persuasa dalla voce legò il secchio alla corda e lo gettò in fondo al pozzo, quando lo tirò su all’interno non c’era acqua, non c’era fango, ma non era neanche vuoto. Una splendida rosa rossa faceva capolino dal bordo del secchio.  

“Mi hai lasciata qui ad aspettare, sono rimasta al freddo così che tu potessi dormire nella luce calda, ma so che per tutto questo tempo sono stata nei tuoi pensieri perché ogni mio petalo è una sillaba che non hai mai detto. Se ne dubiti allunga la mano e cogline uno. 

La ragazza si ritrovò un petalo stretto tra le mani e le sue labbra prodigiosamente si aprirono, “Ri” una sillaba risuono nell’aria.  

La rosa rossa invitò la ragazza a staccare un altro petalo. “di” un’altra sillaba uscì insieme al vapore acqueo condensato dovuto all’aria fredda della notte. 

La ragazza spiazzata da quei suoni ritrovati, si allontanò d’istinto dalla rosa rossa, in quelle poche sillabe le sembrava che ci fosse qualcosa di sbagliato. In fondo per molto tempo il silenzio era stato l’unico a risponderle. 

Una leggera brezza iniziò a sfiorare la rosa rossa “senti freddo anche tu?” Le chiese. 

In realtà ora che ci pensava era uscita di casa a piedi nudi, con il solo pigiama a proteggerla dal freddo della notte. 

“Perché non proseguiamo questo nostro gioco in casa, al caldo?” Quest’ultima frase dava l’impressione di essere più una richiesta che una domanda. 

La ragazza abbassò gli occhi per sentirsi più sicura e rientrò in casa con la rosa rossa tra le dita.  

Versò dell’acqua fresca in un piccolo vaso e vi sistemò la rosa rossa, attenta a non farle male. Aveva sentito dire che un cucchiaino di zucchero nell’acqua poteva rinvigorire i fiori quindi ne prese un po’ dal vasetto dentro la credenza e lo versò nel vaso. La rosa rossa, grata per quella gentilezza guardò in alto con il proposito di offrirle un altro petalo. Sapeva che la ragazza non lo avrebbe colto se non spinta a farlo. 

Occhi bassi, la mano protesa in avanti. Un altro petalo cadde sul palmo della ragazza, “con”, la sillaba si diffuse nella stanza.  

“E brava la mia ragazza!” esclamò la rosa rossa. “Vedi! Basta volerlo e pian piano dimenticherai di essere come la notte che sopravvive al tempo.” 

Gli occhi della ragazza cercavano di restare evasivi, ma le si leggeva in faccia che stava realizzando che non era quella la vita che voleva e che erano stati i sentimenti i primi a pagare per il suo silenzio. Ora avrebbe voluto fare discorsi sulle rughe, sull’età e dire molte altre cose. 

Con le mani sempre più ansiose prese un altro petalo e ancora una volta una nuova sillaba risuonò ,“il”. 

La ragazza desiderosa di far uscire l’ombra dai suoi occhi iniziò ad assaporare la speranza. 

La rosa rossa dal canto suo sembrava sollevata, sentiva aumentare il desiderio in lei e la esortò a cogliere un altro petalo. 

Persa, con gli occhi lucidi la ragazza ne colse un altro e sentì la sua voce echeggiare “mon” 

“Non sarai mica stanca. Dai! Ancora una.” La rosa rossa la incitò.  

La ragazza non se lo fece ripetere e ancora una volta nel palmo della mano stringeva un petalo, “do”. L’ultima sillaba. 

La rosa rossa a quel punto rimase senza petali, in fin dei conti era risalita dal pozzo con lo scopo di regalare quelle sillabe alla ragazza dalle labbra chiuse.  

Ora stava solo a lei unirle per accendere nuovamente la fiamma che arde per far passare il freddo e dare voce al suo nuovo presente. 

Il bambino dai mille sorrisi

C’era una volta un mondo dove i sorrisi erano così rari che le persone se ne andavano in giro con le facce tristi e cupe. Molti per trovare un sorriso rincorrevano una leggenda che raccontava di un bambino in grado di donare sorrisi che viveva in una grotta di montagna. Così ogni giorno molte persone, dall’espressione fosca e tenebrosa, si incamminavano lungo i molti sentieri che si arrampicavano lungo la sagoma della montagna, con la speranza di incontrarlo.  

In realtà nessuno sapeva con esattezza cosa dare in cambio del sorriso. Così potevi incontrare persone che si avventuravano sulla montagna trasportando sulle spalle sacchi pieni di giocattoli di ogni tipo oppure sacchi pieni di merendine e succhi di frutta, alcuni portavano sacchi pieni di vestiti e scarpe alla moda, altri ancora portavano in dono pony, cuccioli di cane e canarini gialli. 

Tuttavia, nessuno era riuscito ad incontrare quel piccolo bambino di cui non si conosceva il vero nome, ma dal potere così sorprendente. Così presto le persone iniziarono a chiamarlo semplicemente il bambino dai mille sorrisi. 

Un giorno un vecchio, con l’aiuto del suo fidato bastone decise di avventurarsi sulla montagna. Si incamminò con passi lenti, da offrire in dono  aveva solo un bicchiere di carta.  

Non si sa quanto tempo passò. Percorrendo in lungo e in largo i sentieri della montagna, un giorno arrivò per caso ai piedi di una rupe e proprio lì, seminascosto dal tronco di un albero caduto, ormai segnato da centinaia di crepe, l’ingresso di una grotta si spalancò davanti ai suoi occhi stanchi. 

Si mise seduto dove il legno incontrava la terra e attese come una stella paziente. Un giorno, una notte, una settimana. Aspettò finché non ebbe più importanza. 

Il bambino dai mille sorrisi allora uscì dalla grotta, si mise seduto accanto al vecchio “Cosa mi hai portato in dono in cambio del sorriso?”  

Il vecchio mise nelle maini del bambino il bicchiere di carta e disse “Avevo una porta d’ingresso con una chiave, una piccola casa ai margini della città, una moglie che contava i minuti che ci separavano dal ritorno dal lavoro. 

Persi il lavoro.  

All’inizio dissi è solo un periodo difficile, ma il periodo difficile si tramutò in avvisi di morosità, lettere di disdetta e notti in cui facevo finta di aver già mangiato così che mia moglie potesse mangiare l’ultima fetta di pane. Ero troppo orgoglioso per chiedere aiuto e per dire a mia moglie che suo marito era spaventato. Un giorno la pazienza della banca finì, mia moglie mise le poche cose che possedeva in una vecchia valigia e tornò a vivere con i suoi genitori. Mi disse “quando troverai un lavoro stabile chiamami, ti aspetterò.” Non feci mai quella chiamata. 

I giorni si trasformarono in mesi e poi in anni.  Ho dormito sotto i ponti, sui gradini delle chiese, nei rifugi e sono andato a letto affamato più volte di quanto si possa contare sulle dita delle mani. La gente mi passava accanto per strada e vedeva un senzatetto con un bicchiere di carta. Non vedevano un uomo, un marito che nella tasca teneva ancora una foto sbiadita.  

Ora inseguo ogni ricordo del passato che ho paura di lasciare perché il mio tempo sta per scadere. 

La vita mi ha preso ogni cosa e Dio ha visto tutto, ma questo bicchiere di carta è ancora mio e ora lo voglio dare a te.” 

Il bambino sorrise al vecchio, si alzò e disse “Grazie, è un regalo bellissimo.” E tornò con piccoli passi verso la grotta. 

Passò qualche minuto e quando uscì teneva tra le mani un sorriso meraviglioso. “Questo è il sorriso che cerchi, ti prego di accettarlo e non aver paura di chiudere gli occhi perché questo sorriso ti accompagnerà anche oltre le nuvole. 

Il vecchio si alzò in piedi e con il vento nella schiena osservò il Sole rosso che spezzava l’orizzonte. Finalmente con quel sorriso aveva trovato nel suo cuore caldo la pace dopo il caos… E Dio vide pure questo.