Dedicato a due amiche speciali…

Ciao amici, vi ricordate quando alle elementari le maestre ci facevano scrivere i “pensierini”. Beh! Di seguito ci sono due pensierini legati tra loro e sono dedicati a due amiche. Un bacio a tutti.

MARGO’ CON LA “T”

In quel momento me ne stavo nel mio mondo, condividevo la pace e la calma di quel ritaglio di terra verde incastonato tra interminabili metri cubi di cemento. Mi rendevo conto che c’era qualcosa di strano nella mio muso, qualcosa triste anche quando giocavo con un legno marcio.

Le querce al solito posto, tranquille e immobili. L’erba secca stava lasciando il posto a nuovi germogli. Ancora una volta, ancora dolcemente, la terra sorrideva.

Ma credo che prima di continuare questa storia sia giusto presentarmi. Il mio nome è Saphira. Già! Lo stesso del drago di Eragon, ma io sono semplicemente un cane, un labrador per la precisione o come usa dire il mio padrone “un labrador difettoso” perché sono nata con il tartufo completamente rosa. So cosa state pensando, ma vi dico di no. Non mi offendo per questo suo modo di apostrofarmi, gli voglio troppo bene e so che lui ne vuole a me. 

E ora che ci siamo presentati posso continuare a raccontarvi quello che accadde quella strana sera al parco.

Seguivo il mio padrone, fiutando in continuazione come se fossi circondata da fiumi di droga. In genere noi labrador siamo bravi in due cose, fiutare e muovere la coda quasi interrottamente. A volte ci capita di muoverla anche quando dormiamo. E’ una forma di comunicazione che gli umani, quando si mettono d’impegno, riescono a comprendere. Agitarla da una parte all’altra, prima lentamente e poi sempre più velocemente, li aiuta a capire cosa pensiamo, cosa proviamo. Tuttavia, la mia coda improvvisamente si bloccò, rigida come una manica a vento quando le raffiche infuriano prepotenti. C’era qualcosa che non andava.

Si stava avvicinando qualcuno.

“Che serata calda! Che stelle però! Parlo con te, ti ho sentito sai? Su, vieni fuori da lì! Non c’è nessuno, siamo solo noi due, il mio padrone e le stelle.” Dal cespuglio lentamente spuntarono due occhi neri come la notte, seguiti da un groviglio di peli color ruggine.

“Ehilà, coda pazza.” Mi salutò Margot, una piccola simpatica canaglia.

Lo so, lei non c’era più. E so anche cosa state pensando. Credete che me lo sia sognato e forse avete ragione, ma quello che vi sfugge è che noi cani abbiamo molte doti nascoste. Doti che voi esseri umani non potete neanche lontanamente immaginare.

Piegai le mie zampe posteriori, mentre le anteriori sostenevano il resto del mio corpo. Con la sua solita andatura vispa Margot si avvicinò a me e quando mi raggiunse si mise seduta al mio fianco.

“Non dovresti essere qui, lo sai.” Le dissi, guardando in lontananza il mio padrone che se ne stava seduto su una panchina a giocherellare con quel suo nuovo giocattolo, una stupida scatolina di plastica verde che chiamava telefonino.

“Lo so, ma è in notti come queste che ci si sente più vicine a loro, non credi?” Mi rispose, volgendo il muso all’insù. I suoi occhi neri rimandavano l’eco intermittente del luccichio delle stelle.

“C’è chi dice che quando si muore la vita continui lassù, per sempre. Ah, che pace… sarebbe bello, vero?” Dissi, allungando il muso con l’illusione di poter dare un’occhiata più da vicino.

“Che ti succede amica mia? Non ti riconosco più. Stai facendo pensieri tipicamente umani. Non fare il loro stesso errore.” Rispose Margot, sghignazzando tra sé e sé sotto tutto quel pelo, imbrunito come una pentola di rame appesa al muro.

“Forse passare così tanto tempo con gli umani ci cambia, non credi?” Sospirai, rivolgendole una rapida occhiata.

“Loro guardano la morte come ad una vera star e considerano la vita come una cosa scontata. O almeno lo fanno fino a quando non è troppo tardi… Non si rendono conto che in fondo la vita e la morte sono due facce della stessa medaglia, unite, indivisibili.” Rispose.

Non c’è nessuno schema nella vita degli uomini, su questo Margot aveva ragione. Loro si lasciano trasportare dagli eventi che accadono intorno a loro e danno importanza alle cose importanti solo alla fine.

“Ti vedo pensierosa, Margot. C’è qualcosa che non va?” Se sai fiutare i nodi in gola, sai anche consolare, pensai.

“E perché mai ci dovrebbe essere qualcosa che non va, forse mai come ora l’amore è stranamente vincente, assaggia l’aria. Stasera non c’è odore di tormento. Dopo aver scritto il mio titolo ad effetto, da lassù ho visto come gli esseri umani sanno ancora aprire la porta alla tenerezza. C’è ancora speranza, non credi?”

Si alzò, strofinò il suo minuscolo tartufo sul mio pelo, un piccolo semplice gesto affettuoso.

“Il mio tempo qui è finito, ora devo andare. Ti saluto coda pazza, ci rivedremo un giorno.” Disse, mentre si allontanava lungo il sentiero che portava verso la sua nuova casa.

“Ah! Un’ultima cosa, prima che vada. So che il tuo padrone ha in mente di scrivere qualcosa di strampalato su di me. Per favore spiegagli che il mio nome non si scrive Margò, ma Margot con la “t”. Sai, non mi sono mai piaciuti gli accenti, specialmente alla fine.”

“Non c’è problema, lo farò amica mia.”

Mentre la guardavo allontanarsi, rimasi seduta, immobile fin quando sentii un richiamo.

“Che c’è? Hai annusato qualcosa di appetitoso nell’aria? Dai cucciola, è ora di tornare a casa.” Mi disse il mio padrone.

Così come era apparsa, allo stesso modo Margot scomparve.

“Ouf, ouf, ouf, ouf, ouf”.

“Su brontolona, dobbiamo rientrare. Lo so che stasera si sta bene al parco, ma dobbiamo andare.”

Sapevo di non parlare la sua stessa lingua e sarebbe stato complicato spiegargli che stavo semplicemente salutando una vecchia amica, così mi alzi e trotterellando lo seguii verso casa, voltandomi verso il sentiero per un ultimo saluto.

“Ciao, Margot senza accento. Mi ha fatto piacere rivederti.”

 

GIADA, IL CAPO BRANCO

Era passato molto tempo da quello strano incontro con Margot e il mio padrone finalmente aveva imparato a scrivere il suo nome senza accento e aggiungendo la “t” alla fine. L’orizzonte al parco era sempre lo stesso. I grandi alberi sicuramente erano più alti dell’anno passato e di quello ancora prima. Avevo attraversato i giorni così come si superano i pensieri, a volte avrei voluto piangere, ma la voce non usciva. E alla fine non mi restava che mettermi alla ricerca di cibo. Tenni duro, aspettando che qualcosa illuminasse i miei perché.

Quelli che ti chiedi quando un’altra amica se ne va.

Come è strano il destino. Tutto, anche un incontro all’ombra di un albero, dipende dalla vita precedente, dice una massima molto giusta degli umani.

E se quella sera non avessi cominciato a girare intorno alla grande quercia, mentre cercavo qualcosa da mettere sotto i denti, non avrei sentito quel morso dietro la mia zampa posteriore. Una sola amica aveva quella abitudine, quando si giocava tutti insieme. In quel momento non ebbi paura, provai soltanto un senso di vertigine. Appena ritrovai una certa stabilità mi voltai e la vidi.

Se ne stava seduta sulle zampe posteriori, fiera. Non era che a qualche passo di distanza, con il pelo liscio come una teiera e gli occhi brillanti come miriadi di stelle.

Cominciai a spostarmi con una velocità incredibile. Non capivo se a muovermi fossi io o lei, fatto sta che mi girava la testa.

“Ciao ciondolona, non ti stanchi mai di gironzolare alla ricerca di qualcosa da masticare? Non ho mai visto un cane sempre così affamato.” Mi disse. Vidi una smorfia sul suo muso, avevo l’impressione che stesse sorridendo.

Lo so, lo so i cani non sorridono, ma vi giuro che quel ghigno aveva tutte le sembianza di un sorriso.  

“Giada, che ci fai qui? Ehm…” dalla mia bocca uscì un suono che imitava un leggero colpo di tosse. “Scusa, ma io ti ho vista, sdraiata su quel lettino. Tu eri…” Un altro colpetto di tosse. Speravo che la mia esitazione nascondesse in qualche modo la mia pena.

“Tranquilla, non sei pazza. E’ successo quello che hai visto, sfortunatamente. Tuttavia, sono tornata per salutarti e per annusare per l’ultima volta questo posto e chissà… magari trovo pure un pezzo di pane.”

Ora ne ero sicura, quello non era un ghigno, era un sorriso accompagnato ad uno sguardo divertito.

“Non capisco, una se ne va e lascia solo pezzi di ricordi. Eppure, nonostante questo, tu hai imparato a sorridere.”

Tra le foglie sparse a terra fra le querce che rispecchiavano due o tre sfumature di rosso, lei se ne stava in silenzio. Fissava il Sole che cominciava a calare in fretta.

“Hai paura, lo posso capire. Cominci a sentirti vecchia.” Mi disse, interrompendo quel silenzio quasi sacro.“Anch’io ne avevo e questo, ti posso assicurare, rende le cose molto più difficili. In questo momento tu riesci a vedere solo come tutto cade e non arrivi a riconoscere quello che viene ricostruito.” Continuò, con la calma di una vecchia saggia.

Perplessa, proseguivo a non capire.

“E’ vero, comincio a sentirmi vecchia e ho paura di quello che verrà, di lasciare i miei padroni e di non saper affrontare quest’ultima sfida come hai fatto tu.” Risposi, tenendo il muso basso facendo finta di annusare un sasso.

“Vieni ti faccio vedere una cosa.” E cominciò a inoltrarsi nell’oscurità.

La seguii. A dire il vero ero un po’ timorosa, poi improvvisamente si fermò e io le arrivai accanto.

“Guarda là in fondo, verso il canneto sulla destra. Cosa vedi?”

Aguzzai la vista, ma si sa i cani non sono gatti e al buio si affidano soprattutto al fiuto.

“Niente.” Riuscivo a vedere solo il buio della notte.

“Guarda meglio.” Disse lei, indicando con il muso un punto preciso immerso nell’oscurità.

“Una lucciola, vedo una lucciola.” Ne avevo sempre sentito parlare, ma era la prima volta che ne osservavo una. Era quasi magica quella luce intermittente.

“Già, è una lucciola. E’ piccola, ma nel bel mezzo di quell’oscurità è un faro che illumina tutti i tuoi perché. Si chiama Nina, è ancora una cucciola. E come Peggy e tanti altri cuccioli prima di lei, porterà luce nella vita degli esseri umani che, nonostante tutto il loro progresso, non arrivano a comprendere che la natura non sbaglia mai, perché in realtà sono molto meno avanzati di quanto credano.”

Aveva ragione, la natura non sbaglia mai e cuce tutte le ferite, e una regola che vale in tutto l’universo. Se ne era andata, come Margot prima di lei. Tuttavia, due nuove lucciole erano arrivate nel branco per ricordare agli umani e a noi che, l’amicizia è per sempre.

“Ora devo andare, ciondolona. Mi ha fatto piacere parlare di nuovo con te.” E cominciò a camminare, da sola verso quella lucciola che ora le illuminava la via da seguire.

“Un’ultima domanda”, gridai. “Cosa c’è dall’altra parte?”

Lei si voltò. “Lo vedrai, ma non oggi. Posso solo dirti che prenderai il volo tra gli anelli di Saturno, nuoterai tra le lacrime di Luna e anche tu farai parte del tutto.”

Con queste ultime parole svanì lentamente e ve lo posso giurare, stringeva tra i denti un pezzo di pane.

Io con il muso all’insù, serenamente pensai, “ciao capo branco, un giorno morderai ancora le mie zampe”.