Gayla

Nell’anno 2171 la razza umana viveva un secondo medioevo. La nuova Era la chiamavano. I pochi sopravvissuti lottavano in una condizione di nomadismo. Si muovevano a piedi o a cavallo, tra le rovine di edifici che richiamavano alla memoria i fantasmi delle città della vecchia Era. Delle automobili, un tempo ritenute da ogni famiglia un bene necessario, non rimanevano che carcasse abbandonate lungo strade dissestate. Il petrolio, la linfa vitale della società, era finito e con esso buona parte della tecnologia che ne derivava. Gli uomini non riuscirono a trovare energie alternative a quel mare nero sotterraneo e la guerra per la sopravvivenza che ne derivò li portò alla quasi estinzione.

Come un aereo che scende sotto le nuvole, Tom era precipitato sotto le rovine della Z31. 
“Nella Z31, mai sentirete tacere la voce dei sensi che, intrattenuta da un esperienza virtuale indimenticabile, in ogni istante sarà la sorgente di un interminabile desiderio di proseguire, oltre e ancora”. Questo recitava lo slogan della multinazionale leader dei viaggi virtuali. 
Nella vecchia Era gli uomini erano diventati così abulici che persero persino la voglia di viaggiare. Così la Z31, approfittando di questo malessere comune, organizzava viaggi virtuali. Reali solo nella mente del consumatore.
Quella specie di cella frigorifera che vedeva in lontananza doveva essere una delle capsule utilizzate per questi viaggi artificiali. Falsati da un numero sterminato di elettrodi che ti applicavano su tutto il corpo.

“Possibile che dopo tutto questo tempo ce n’è ancora una funzionante?” Pensò Tom, mentre cercava ancora di riprendersi dal ruzzolone.

Alcuni anziani che avevano vissuto a cavallo delle due Ere gli avevano raccontato che verso la fine alcune multinazionali erano riuscite a catturare definitivamente l’energia scaturita dalla luce solare, tuttavia questa soluzione di salvezza arrivò troppo tardi per l’umanità. Quindi era possibile che quella capsula fosse rimasta in funzione per tutto questo tempo grazie a quella nuova energia. Doveva assolutamente arrivare lì. Doveva controllare cosa conteneva quella capsula. E se l’avesse trovata vuota poteva sempre rivenderne i pezzi al mercato di New Cranwell.
Ci mise qualche minuto per accertarsi se tutte le ossa fossero a loro posto e quando finalmente riuscì a mettersi in piedi cominciò a valutare la situazione. Arrivare alla capsula voleva dire scendere per una specie di dirupo creatosi dal crollo delle fondamenta del palazzo, per poi risalire arrampicandosi come un alpinista, dal lato opposto.
Furono quaranta i minuti che gli occorsero per completare quel tragitto accidentato ed a tratti pericoloso. 
Quando finalmente fu in prossimità della capsula, cautamente si avvicinò per sbirciare all’interno. La luce abbagliante che scappava dall’oblò del portellone frontale gli rese difficoltoso capire cosa contenesse, ma quando riuscì a mettere a fuoco… beh! Rimase pietrificato.
​La ragazza cominciò a muoversi, ma così lentamente che Tom quasi non se ne accorse. Un pensiero nel frattempo cominciava a farsi strada nella sua mente. “Queste capsule furono costruite nella vecchia Era per i viaggi virtuali non per ibernare le persone.”

Le capsule di stasi, per quel che raccontavano gli anziani, esistevano solo in linea teorica. Per questo non riusciva a spiegarsi come una ragazza dai capelli neri e ondulati si stava gradualmente svegliando davanti a lui. Aprì il portellone.
“Dove mi trovo?” Chiese improvvisamente la ragazza, pacatamente. 
Tom rimase a guardarla per un po’. Gli sorrise, l’aiutò ad uscire dalla capsula e poi si misero entrambi seduti a gambe incrociate.

“Sei in una delle sale della Z31. Sei rimasta addormentata in una delle loro capsule per i viaggi virtuali per un po’ di tempo, forse più di quello per cui hai pagato.” Rispose Tom, cercando di non fare movimenti troppo bruschi. Non voleva rischiare di spaventarla, “come ti chiami?” le domandò infine.
“Gayla, il mio nome è Gayla. Per quanto ho dormito?”

“Non saprei dirtelo con precisione, ma di sicuro il mondo che ricordi è cambiato, e parecchio!” Disse Tom, sforzandosi di mantenere stampato sul viso quel sorriso che sperava l’aiutasse a non farla impaurire, “il mio nome è Tom.” Rimasero seduti in silenzio.

Gayla chiuse gli occhi nel tentativo di riprendersi completamente dal risveglio e, inaspettatamente Tom si ritrovò a pensare alla cena e a suo padre sdraiato sul divano a guardare il fuoco nel camino, a sua madre impegnata a preparare da mangiare, al calore familiare della sua vecchia casa. Quanto tempo aveva passato esageratamente solo e ora si ritrovava a parlare con una ragazza dai capelli neri e ondulati, proveniente da un tempo lontano e così diverso dal suo. E anche molto, molto carina.

Tra un groviglio di cavi Tom notò una cartellina rigida, come quelle che consultavano i dottori della vecchia Era quando, in piedi al lato del letto di un malato, sentenziavano prognosi e diagnosi. La raccolse e cominciò a sfogliarla. Sbalordito non poteva credere a quello che stava leggendo.

“MEMORANDO PROGETTO GAYLA III”
“Drastico miglioramento prestazionale, dovuto ad una migliore gestione delle risorse hardware integrazione memoria virtuale nei circuiti negatronici di sistema. Supporto alla coordinazione mnemonica a livello riflessivo. Migliorie apportate a gran parte delle altre applicazioni di sistema.”

Posò la cartellina a terra e fissò quella ragazza seduta davanti a lui che teneva gli occhi chiusi. “Ora capisco perché è ancora in vita dopo tutto questo tempo.” Pensò.

Ricordava di aver letto qualcosa, in passato, sul tentativo di alcune aziende di creare un essere artificiale, prodotto per farci credere di essere uno di noi. Un essere freddo, una macchina in grado di imitare il comportamento umano. Un androide.
“Per favore Tom non lasciarmi sola, ho paura.” Disse Gayla, con gli occhi ancora chiusi.

Tom non aveva timore di quell’essere apparentemente capace di avere le sue stesse emozioni, tutto sommato poteva essere lui, con il suo corpo caldo e morbido, la vera macchina. E quella realizzazione, con circuiti hardware e trasmettitori a microonde, forse era solo un’originale realtà vivente.

“Non preoccuparti, Gayla. Pensa solo a recuperare le forze”, disse con voce confidenziale. “E’ ora di ricominciare a vivere. Andrà tutto bene. Lo so.”

Tom si lasciò andare all’indietro aspettando che Gayla terminasse il reboot di sistema. Poi l’avrebbe condotta il più lontano possibile dalle macerie di pietra di quella vecchia città.

 

Mrs. Earleen

Ciao Mrs. Earleen, ma dimmi tu chi sei?  Ma da dove vieni? E… dove te ne vai?

Sono venuta da molto lontano e se vuoi venire con me, prendimi per mano. E negli occhi ti consegnerò la meraviglia. Imparerai tutto a poco a poco.

Vedrai ponti di metallo rosso, sospesi sul mare, avvicinare le rive di amori che passano e se ne vanno. Giocherai con i grattacieli di città che non dormono mai, aspettando di bere un caffè in compagnia di luci che si snodano nel deserto, il Sabato sera. Saltellerai come un bambino nelle acque dell’oceano più grande, raccogliendo messaggi in bottiglia, lasciati alla deriva come naufraghi impressi in vecchie istantanee. Alzerai le braccia al cielo in mezzo a strade sgombre, abbellite solo dalla tua libertà. Sentirai i mormorii della Natura ogni volta che ti colpirà con l’acqua calda dei geyser. E a festa finita ti spoglierai dai tuoi tabù. Ballerai, e ballerai ancora nel centro delle Terre Sacre di un mondo dimenticato, un mondo diverso, un mondo dove ancora si avverte il calore del fuoco.

E poi. Passeggerai sulle vie rosse della Savana, dove il Sole si lancia nell’acqua di un pozzo, per trovare un po’ di ristoro. Ridacchierai nei cent’anni di safari, tra antilopi e giaguari, quando avvisterai la leonessa che si accuccia a fare pipì e le scimmie dispettose di Gede ti ruberanno dalle mani le banane gialle. Capirai la semplicità in un sorriso di un bambino, che corre inseguendo una pallina da tennis che ormai non rimbalza più.  

Vieni qua! Dove vai? Non fermarti ancora.

Salirai impavido sulle antiche piramidi del centro America, forte e sicuro, indossando le tue Nike nuove. Ma poi scenderai da quelle rovine a piedi nudi, trovando una primitiva fiducia in te stesso.

Comprerai un sombrero bianco per la siesta di mezzogiorno e la sera ti accomoderai ai lati di una piazza multicolore ad ascoltare la canzone ranchera dei Mariachi.

E poi ancora, fotograferai con la mente il mare in burrasca del Nord e il cielo cupo che sembra più basso. Non vedrai i colori dell’aurora, ma filerai via veloce su slitte trainate da cani. Ed infine, con la neve sul viso ti lascerai cadere ad ascoltare persone dalle parole che non capirai, ma ti cullerai con loro nella cordialità di un buon bicchiere di vino rosso.

Ora hai capito chi sono? Prendimi per mano ed imparerai a poco a poco tutto questo ed altro ancora.

Dunque so chi sei, mia cara Mrs. Earleen. Sei venuta da molto lontano ed eccoti qua! Sei l’anima dei miei sogni e porti sempre con te quell’attimo d’illusione. Sei lo zucchero e il sale. Sei il Sole nascente e il mare mosso d’inverno. Sai di pane caldo e miele di castagno. E che profumo ha il silenzio che è in te. Tu conosci tutto di me e, accidenti a te, non ho più alibi per non fare il mio primo passo nello spazio vuoto.

Io che abbraccio te. Dammi il tuo cuore perché un’altra vita non ho.